Lorenzo, ventiquattrenne non udente, si è laureato lo scorso 2 luglio con una votazione di 110 e lode.

Nella sua tesi lo studente ha parlato delle difficoltà che affrontano le persone sorde e di come le nuove tecnologie hanno migliorato la loro comunicazione con gli altri.

Lorenzo ha inoltre ringraziato l’Università che lo ha sostenuto durante il suo percorso. L’ateneo di Pisa ha infatti un’apposita unità di servizi per l’integrazione di studenti con disabilità.

Questo servizio, nato nel 2000, oggi fa la differenza nella scelta tra gli atenei per i ragazzi che hanno bisogno di un aiuto più mirato. Qui infatti esiste una struttura che dispone di vari mezzi come collaboratori, tutor assunti in part time, sussidi tecnoligici e uno sportello apposito.

Il tutorato è garantito inanzitutto dagli studenti che seguono i compagni nello studio. Oltre a dare un supporto concreto i tutor instaurano così amicizie che superano poi i confini universitari.

Per quanto riguarda il caso di Lorenzo, l’università ha fornito uno specifico programma di riconoscimento vocale e trascrizione delle lezioni che ha abbassato di molto le difficoltà dello studente.

La tesi del ragazzo intende sottolineare come le moderne tecnologie digitali abbiano arricchito le possibilità di comunicare delle persone sorde. Lorenzo cita, tra le varie applicazioni, Skype perchè permette agli utenti di vedersi e poter così decifrare il labiale.

Sappiamo quanto il mondo universitario non sia sempre semplice per i nostri giovani. Di conseguenza l’università diventa ancora più complicata per uno studente sordo.

Il passaggio da una classe con pochi studenti e professori ad un’aula universitaria è un grande cambiamento da affrontare. Si aggiunga poi che troppo spesso lo studente con handicap non è sostenuto da servizi appositi dedicati all’inclusione.

Quello che ne risulta è che i laureati italiani con disabilità restano oggi una percentuale molto bassa.

Ci auguriamo che l’esempio di Pisa spinga ogni Università italiana ad attrezzarsi e ad investire in questa causa.

Antonia D’Oria

 

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